Hic sunt Sol leones
Il continente africano sta rapidamente aumentando il ricorso alle rinnovabili
L’Africa si prepara ad essere un mercato estremamente attivo per la crescita delle rinnovabili, in particolare del solare fotovoltaico.
Oggi, ti parlo di un continente spesso frainteso e dimenticato dall’Europa, che torna alla ribalta solo per il flusso dei migranti in fuga da guerre, siccità e persecuzioni.
Da qualche anno, invece, sta mostrando i segni di una rivoluzione energetica che potrebbe migliorare rapidamente il tenore di vita di tante famiglie e favorire uno sviluppo industriale, senza pregiudicare i sempre più esigui margini nel bilancio di carbonio per limitare la crescita delle temperature planetarie.
Il passato
L’Africa è il bacino demografico a crescita più rapida del pianeta, ma anche il continente con i sistemi economici più fragili e la minore dotazione infrastrutturale.
Nella sola area sub-sahariana - secondo il rapporto delle Nazioni Unite - più della metà della popolazione non ha accesso all’elettricità e quasi un miliardo di persone utilizza ancora cucine a carbone, responsabili di circa 700.000 morti nel solo 2019 a causa dell’inquinamento domestico.
Per anni, è rimasta intrappolata nella dipendenza da costosi combustibili fossili, con la colpevole speculazione a opera delle multinazionali occidentali del petrolio.
Una situazione complessa, aggravata in diversi paesi dalla presenza di governi militari o paramilitari, spesso autoritari, le cui priorità risultano lontane dal benessere della popolazione e dalla tutela dell’ambiente.
In molti Paesi, come la Nigeria, i generatori diesel autonomi superano di gran lunga la capacità della rete elettrica nazionale: circa 85 milioni di persone - il 40.6% della popolazione - vivono senza accesso alla rete elettrica (fonte: World Bank). Tuttavia, il drastico calo dei costi del fotovoltaico (FV) sta trasformando profondamente questo scenario.
La Nigeria da tre anni ha abolito dei sussidi statali che rendevano i generatori diesel più convenienti del solare, per merito del neoeletto presidente Tinubu. Il Paese ha, inoltre, avviato regolamenti sul net metering, che consentiranno di remunerare gli eccessi di produzione immessi in rete, accelerando così il recupero dell’investimento iniziale.
Il risultato è stato che - nel solo 2024 - il Paese è risultato il secondo importatore di solare FV nel continente con oltre 1.7 GW, dopo il Sud Africa.
Non si tratta soltanto di garantire accesso all’energia, ma di creare nuove opportunità di sviluppo economico per intere comunità, che possono così costruire un futuro stabile e sostenibile, fondato sulla nascita di attività produttive, sul rafforzamento delle infrastrutture di base e sulla progressiva riduzione della povertà energetica e delle disuguaglianze sociali.
Certamente, le ancora ingenti riserve di petrolio e gas hanno favorito, negli ultimi decenni, un sistema economico corrotto che ha unicamente impoverito la popolazione, concentrando la ricchezza nelle mani di pochi.
In Nigeria, il più grande produttore petrolifero del continente, la storia dello sfruttamento delle fonti fossili da parte delle grandi aziende petrolifere - particolarmente l’olandese Shell, ma anche l’italiana ENI - ha segnato la storia di interi popoli, come quello degli Ogoni, che ha subito per decenni inquinamento, espropri e repressione legati allo sfruttamento petrolifero, da cui le comunità locali hanno ricevuto pochissimi benefici.
Negli anni ‘80 e ’90, il Movement for the Survival of the Ogoni People (MOSOP), guidato dall’attivista ogone Ken Saro‑Wiwa, denunciò gli sversamenti, il gas flaring e la devastazione ambientale causati soprattutto dall’operato della consociata nigeriana di Shell, ma anche di ENI, come denunciato a suo tempo da Greenpeace.
Le proteste pacifiche furono represse con violenza dall’esercito, fino all’impiccagione nel 1995 di Saro‑Wiwa e di altri otto attivisti (ricordati come gli “Ogoni Nine”), esecuzioni considerate da molte organizzazioni come un caso emblematico di complicità tra autorità nigeriane e grande industria petrolifera.
Nonostante le promesse di Shell, rapporti ONU e le indagini di Amnesty International confermano un inquinamento persistente, con bonifiche inadeguate che richiederanno decenni.
Il presente
L’onda inarrestabile delle rinnovabili - in particolare del fotovoltaico - sta aprendo nuove frontiere di sviluppo, non solo economico. Da sempre più regioni del continente emergono segnali di attenzione crescente verso una tecnologia a basso costo, veloce da installare, che assicura una vera indipendenza energetica per decenni, a costi marginali nulli.
Con un pannello fotovoltaico da 420 W, che costa circa 60$ (una tantum), è possibile ripagare l’investimento in soli sei mesi (un anno e mezzo circa, se è necessaria una batteria) e ottenere energia gratuita per oltre trent’anni. Al contrario, un generatore diesel che produca la stessa quantità di energia comporta una spesa ricorsiva annuale di circa 120$, oltre all’elevato costo iniziale.
E’ in aumento anche l’importazione di accumuli elettrochimici di grande (BESS) e piccola taglia. Per tante famiglie, inizia a essere possibile l’illuminazione notturna anche nelle abitazioni non collegate alla rete elettrica, permettendo a tanti bambini di non dover studiare a lume di candela. Per le imprese, le operazioni possono andare avanti durante i frequenti black-out e a costi ridotti, anche per chi non è connesso alla rete.
La crescita del solare FV in Africa, nel 2025, ha segnato nuovi record: un aumento del 60% rispetto all’anno precedente, per un totale di 15 GW di nuova capacità installata. La sola Sierra Leone ha importato pannelli FV sufficienti ad alimentare il 61% della domanda.
Negli ultimi dieci anni, la Cina è stata il principale investitore, assicurandosi forniture per i prossimi anni nel mercato in più rapida crescita al mondo.
L’Europa, invece, è rimasta sostanzialmente a guardare, divisa tra progetti deliranti - come il Desertec, che mira ad alimentare il continente con campi solari nel Sahara, in una nuova declinazione di colonialismo energetico - e la totale mancanza di una strategia per sviluppare una filiera competitiva. Un’occasione mancata, che avrebbe potuto favorire la ripresa economica e sociale del continente africano, ancora segnato dalle conseguenze della colonizzazione e dello sfruttamento petrolifero.

Ci si augura che, con il tempo, siano gli stessi Paesi africani a iniziare a prodursi i propri pannelli, per procedere verso un rinascimento sostenibile capace di offrire una vita migliore a milioni di famiglie e di fungere da modello per molte altre regioni del pianeta.
Luci, ma anche ombre
E’ inevitabile che ogni lobby industriale del settore dell’energia vada cercando nuove quote di mercato. Anche il nucleare - veicolo di accordi militari, strategici ed economici, più che fonte energetica in sé - cerca un suo spazio nel continente.
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Attualmente, solo il Sud Africa possiede una centrale nucleare operativa, ma lo scenario potrebbe cambiare nei prossimi decenni.
L’Egitto sta ultimando la costruzione della centrale El-Dabaa NPP di III+ generazione: un’evoluzione dei reattori di III gen costruiti, per esempio, in Europa, caratterizzata da minor produzione di scorie per kWh (anche se più radiotossiche), ma dai costi sempre proibitivi rispetto alle tecnologie rinnovabili.
In Europa, i reattori di III+ gen proposti - basati sul brevetto franco-tedesco EPR2 - sono stati recentemente bocciati dalla Corte dei Conti francese, proprio per i costi eccessivi, risultati persino superiori a quelli di III gen, e gli scarsi ritorni economici. I cantieri hanno regolarmente subito aumenti di budget fino al 475%. Le stime per quelli di III+ gen sono salite in pochi anni da 3.3 a 23.7 miliardi €, costringendo il paventato “rinascimento nucleare francese” di Macron a una battuta di arresto.
La centrale egiziana, infatti, non aiuterà certo a contenere i costi per famiglie e imprese: utilizzerà quattro reattori di progettazione russa (VVER-1200) e prevede uno strike price attualmente intorno ai 105 $/MWh, destinati a salire, vista la consegna prevista non prima del 2030.
Non avendo infrastruttura per riprocessare o stoccare le scorie, non è difficile immaginarsi che verranno spedite in Russia, per alimentare l’arsenale bellico del Paese.
Sono circa 20 i Paesi africani che hanno dichiarato interesse per centrali nucleari. Di questi, solo l’impianto in Egitto è in costruzione; Uganda, Nigeria, Etiopia, Ghana e Kenya avanzano su studi di fattibilità o identificazione dei siti, mentre per gli altri si tratta di semplici manifestazioni di intenti.
Le principali tecnologie per i reattori in discussione sono quelle russe (VVER, III+ gen); solo due impianti si affideranno a quelle cinesi (HPR, III gen). Fa eccezione l’impianto Rwandese, che propende per un prototipo di reattore modulare (SMR) sviluppato da Canada e Germania. Nel futuro, potrebbero entrare in gioco anche reattori di progettazione statunitense e sud coreana.
Da circa un decennio, Cina e Russia stanno espandendo la loro influenza sul continente. Tuttavia, mentre la prima spinge sulle rinnovabili, la seconda procede sul nucleare con finanziamenti statali - per esempio, l’impianto egiziano è interamente finanziato dalla Russia con 30 mld $ - e offrendo le proprie maestranze, università e tecnologie per la realizzazione delle centrali.
Scriverò presto una Pillola dedicata all’inutilità del nucleare in uno scenario ad alta penetrazione di rinnovabili, ma queste campagne espansive non solo non rappresentano un incremento della potenza installata per i tanti reattori in chiusura nel mondo (te ne ho parlato qui) - relegando la fonte fissile a un ruolo sempre più marginale - ma celano anche la loro vera natura: elementi strategici per il mantenimento delle forniture di uranio e plutonio da riprocessare per la proliferazione delle armi nucleari.
Il futuro
Se quella del nucleare è una parentesi molto marginale, saranno le rinnovabili a fare la parte del leone. L’Africa possiede circa il 30% dei minerali critici necessari alla transizione energetica e oltre il 60% dell’irraggiamento solare ideale per massimizzare la produzione fotovoltaica e termica.
Il Segretario Generale dell’ONU António Guterres ha dichiarato che entro il 2040 il continente potrebbe produrre fino a dieci volte il proprio fabbisogno di elettricità interamente da fonti rinnovabili.
La concomitanza della scarsa infrastruttura di rete e delle limitate disponibilità economiche con il crollo dei costi delle nuove rinnovabili (i.e. eolico e solare) e dei sistemi di accumulo (elettrochimico e idroelettrico a pompaggio) offrono le condizioni ideali per la penetrazione di queste tecnologie, rispetto a quelle tradizionali.
Tutto questo rappresenta un’occasione unica per accelerare, più degli altri continenti, la transizione dalle fonti fossili alle energie rinnovabili, aprendo la strada a un futuro sostenibile sia dal punto di vista economico che ambientale.
Alla luce di tutto questo, quanto ti sembra coerente che l’Italia, nel frattempo, stia investendo principalmente sulle forniture di gas liquefatto da Africa, Medio Oriente e USA?










