La moda di inquinare
Il settore dell'abbigliamento è responsabile di ingenti impatti ambientali. Eccoti una prima panoramica del ciclo di vita di un abito per comprendere la vastità del problema.
Vestirsi “alla moda”, se la moda cambia ogni settimana, può diventare un problema non solo per l’ambiente, ma anche per la salute mentale dei consumatori. Bombardati da influencer e pubblicità, in tanti ormai acquistano capi compulsivamente, arrivando a non indossarne quasi la metà.
Si combatte la ludopatia, mentre alla silente dipendenza dal consumo di abbigliamento si risponde spesso con un sorriso di accondiscendenza. In fondo, quanti danni può fare davvero un abito?
Oggi apro un nuovo “trattamento” di Pillole di Sostenibilità dedicato a uno dei settori più restii a cambiare paradigma produttivo: l’industria tessile. Richiederà più di una Pillola per coprire tutti i suoi aspetti, impatti e soluzioni, ma puoi immaginarti quanto sia importante, riguardando praticamente la totalità della popolazione mondiale.
Una crescita… smodata
Con un fatturato annuo di circa 2.5 trilioni $ (fonte: McKinsey), il settore dell’abbigliamento, degli accessori e delle calzature è comparabile a quello dell’industria automobilistica (2.9 trilioni $, fonte: TÜV SÜD). La crescita lorda annua (CAGR) dell’intero settore è stimata del 4.1% tra il 2026 e il 2033, del 10.3% (2026-2035) per il solo fast fashion.
In 15 anni, i volumi di vendita sono raddoppiati, mentre si è ridotto il tempo di utilizzo dei prodotti, specialmente per quanto riguarda l’abbigliamento. Il risultato sono circa 120 Mt (milioni di tonnellate) all’anno di rifiuti tessili nel mondo, di cui solo l’1% viene effettivamente riciclato e non senza conseguenze per l’ambiente e la salute umana.
Le emissioni climalteranti dell’intero settore arrivano a circa il 10% di quelle globali, equivalenti a quelle dell’aviazione e del trasporto marittimo messi insieme.
La “moda veloce” (o fast fashion) - che sarebbe meglio chiamare “moda usa-e-getta” - è un modello di business basato sulla produzione in grandi volumi di abiti a basso costo e a breve ciclo di vita. Questa tendenza è diventata popolare negli anni ’90 e ha subito un’accelerazione durante il periodo pandemico, moltiplicando l’impatto ambientale - e quello sociale, viste le retribuzioni medie di chi quei capi li realizza - dell’abbigliamento.
I marchi più noti del fast fashion - Shein in testa, ma anche H&M, Primark, Zara e tanti altri - arrivano a presentare 52 collezioni all’anno (i.e. una a settimana), bombardando i social con pubblicità e video di influencer che invogliano allo shopping compulsivo, senza dimenticare di condire il tutto un bel po’ di greenwashing.
Molti di questi capi vengono indossati al massimo due volte, mentre il 40% non viene mai indossato, secondo un sondaggio di Greenpeace.
Sono capi di scarsa qualità, che spesso non arrivano a durare che poche settimane o qualche mese, senza neanche poter essere venduti sulle piattaforme dell’usato (es. Vinted, eBay, Depop…).
Come se non bastasse, alcune aziende - H&M in testa - da anni invogliano i loro clienti a portare i capi vecchi nei loro punti vendita per il riciclo, offrendo loro sconti e presentando collezioni in “materiali riciclati”, dando l’impressione della chiusura del loop, quando la realtà è spesso ben diversa.
Avremo tempo, in futuro, di approfondire le problematiche e le soluzioni, ma oggi vorrei riuscire a darti almeno un’idea della complessità della questione.
Un disastro tinto di verde
Di moda sostenibile si parla da almeno 20 anni, ma - con l’esclusione di pochi marchi e stilisti indipendenti - la quasi totalità dei marchi di lusso e di quelli più popolari non solo continua a produrre capi complessi o impossibili da riciclare e si affida a materiali spesso pericolosi per la salute e per l’ambiente, ma in molti casi ha anche operato cambiamenti solo di facciata, confondendo i consumatori con comunicazioni ingannevoli e greenwashing.
Gli aspetti e gli impatti ambientali del settore tessile riguardano ogni fase del ciclo di vita. Te li riassumo qui in maniera concisa, ma in futuro pubblicherò delle Pillole per approfondire i più rilevanti e suggerirti delle soluzioni per mitigarne i danni.

1. Materie prime
fonti fossili: ormai sempre più utilizzate, le fibre sintetiche innalzano notevolmente l’impronta di carbonio e l’impatto ambientale dei tessuti.
piantagioni: anche le fibre naturali possono avere impatti rilevanti, se le tecniche di coltivazione fanno un uso intensivo di acqua, fertilizzanti/pesticidi/erbicidi, o causano deforestazione.
2. Produzione
filati: con le catene di produzione localizzate nei Paesi meno attenti alle norme ambientali e sanitarie, molte delle maggiori marche della moda si riforniscono dei filati spesso trattati con tinture, sbiancanti, solventi e additivi pericolosi, che mettono in pericolo i lavoratori e l’ambiente. E’ ancora possibile l’utilizzo di PFAS, per esempio, nei processi di impermeabilizzazione delle fibre poliuretaniche delle giacche tecniche (te ne parlai qui), come i bisfenoli per la flessibilità, i ritardanti di fiamma, i nonilfenoli etossilati (NPE) per la morbidezza, e gli ftalati per la plasticizzazione, sostanze potenzialmente tossiche, pericolose per il sistema endocrino o cancerogene, alcune delle quali proibite da anni in Europa.
Un esempio tra tanti: il rayon, noto per essere considerato un sostituto della seta, proviene da cellulosa da legno - come eucalipto, pino, abete, faggio - o da bambù. La sua forma più comune è la viscosa. Questo materiale non solo è responsabile dell’abbattimento di oltre 60 milioni di alberi all’anno (fonte: Rainforest Action Network) - 30% dei quali provenienti da foreste in pericolo o secolari secondo una vecchia inchiesta del Guardian - ma può essere causa di deforestazione anche per far spazio a piantagioni di bambù.
Nonostante la materia prima sia vegetale e potenzialmente sostenibile, il processo di lavorazione del rayon può essere altamente tossico, poiché coinvolge il disolfuro di carbonio (CS2), pericoloso per contatto e per inalazione. L’esposizione professionale al CS2 è associata a danni neurologici e anche a effetti riproduttivi avversi (qui un approfondimento), oltre a contribuire a emissioni in atmosfera e in acqua. In alcuni impianti, infatti, il recupero del CS2 si limita al 50%, rilasciando il resto in ambiente, seppure la percentuale vari molto in funzione della tecnologia impiegata.
3. Distribuzione
packaging: uno dei pochi aspetti in rapida evoluzione, anche se la plastica rimane comunque dominante, specialmente nelle vendite online.
gestione dei resi: comprare online perché “tanto lo provo e nel caso lo mando indietro” è una pratica poco sostenibile. Molti di questi capi vengono scartati o smaltiti quando il costo di controllo, ricondizionamento e rivendita supera il valore del bene, ovvero soprattutto nel fast fashion. Inoltre, aumenta il carico emissivo per il trasporto e il packaging utilizzato.
4. Utilizzo
indossamento: una buona parte delle sostanze tossiche utilizzate in produzione, restano nei tessuti e possono essere assorbite attraverso il contatto cutaneo e l’uso prolungato. Un’inchiesta di CBC Marketplace ha rivelato che alcuni prodotti di Shein contengono piombo, PFAS e ftalati. Una giacca per bambini esaminata conteneva quasi 20 volte la quantità di piombo considerata sicura in Canada. Anche Greenpeace ha denunciato l’azienda perché alcune sostanze chimiche utilizzate nei prodotti superano i limiti imposti dal regolamento europeo REACH.
lavaggio: la campagna Detox di Greenpeace, nel 2015, mostrò come sostanze proibite in Europa (nonilfenoli e nonilfenoli etossilati, NP e NPE) ma ancora utilizzate in Asia, aumentassero nei fiumi e laghi europei perché rilasciati durante i lavaggi dei capi. Importavamo - perché la battaglia dell’associazione ha contribuito a ottenerne il bando in Europa - veleni, partecipando tutti all’inquinamento delle nostre acque. Purtroppo, sono tante le sostanze che andrebbero bandite e che ancora sono permesse, nonché - come hai visto - il rispetto delle norme non è sempre assicurato.
Inoltre, non va dimenticato che la moda sia la prima responsabile (con il 35%, fonte: Arpa) per la produzione mondiale di microplastiche primarie negli ambienti acquatici.assenza di supporto post-vendita: un contributo significativo alla riduzione degli impatti del settore arriverebbe dalla riparazione dei capi. Siamo in pochi a spendere - a volte anche più del costo di un nuovo abito o accessorio - per farli riparare e prolungarne la vita. Manca la volontà e la partecipazione dei retailer - salvo rare eccezioni - nell’assistere i clienti e permettergli di spedire il capo per riparazione, rendendo la procedura semplice e conveniente anche per chi è meno informato (o meno sensibile al tema).
5. Fine vita
rifiuto indifferenziato: nonostante siano sempre più i Comuni in grado di raccogliere rifiuti tessili, il 99% viene ancora conferito in discariche o inceneritori, rilasciando inquinanti in aria, acqua e suolo, oltre a emissioni climalteranti.
controlli insufficienti: una parte dei tessuti viaggia verso Paesi più poveri, dove finisce in discariche non controllate o viene utilizzato come combustibile casalingo a basso prezzo. Mancano sistemi di tracciabilità sufficientemente granulari e armonizzati per seguire in modo efficace i flussi di rifiuti urbani, in particolare i tessili, lungo tutta la catena di gestione e di esportazione.
riciclaggio: quando ti dicono che i tessuti vengono riciclati, si tratta in realtà di downcycling (qui ti ho spiegato la differenza). Essi vengono triturati e utilizzati per produrre, per esempio, stracci per pulizia, materiali di riempimento, o isolamento termico per edifici. Il vero riciclaggio dei capi che contengono fibre sintetiche richiede tecnologie di separazione e depolimerizzazione, oltre a filiere ben progettate: processi chimici o termochimici simili a quelli in via di implementazione per la plastica.
Il riciclo meccanico delle fibre naturali, inoltre, ne accorcia la lunghezza media, limitandone il riutilizzo. Attualmente, la filatura delle fibre naturali necessita sempre di una componente di materiale grezzo per mantenere accettabili le proprietà meccaniche.

seconda mano: le piattaforme online di vendita di vestiti di seconda mano sono in aumento, così come i negozi fisici. Tuttavia, l’effetto del fast fashion viene già percepito: l’offerta è aumentata drasticamente, ma la qualità è calata, riducendo gli acquisti.
greenwashing: certificazioni poco efficaci o farlocche, operazioni di facciata e comunicazione ambigua (per usare un eufemismo) imbrogliano il consumatore. H&M, per esempio, ha una linea realizzata con percentuali variabili di “materiali riciclati”, ma non è chiaro da dove provengano. Con grande probabilità, per esempio, le materie plastiche vengono dal downcycling di bottiglie o altri oggetti, portando con sé anche tutti gli additivi di cui erano composti. Non è la chiusura di un loop, ma solo un sistema per ridurre i costi di produzione.
Finché le condizioni economiche dei processi termochimici non saranno rese convenienti dalle economie di scala e da una governance adatta, sarà molto difficile pensare di comprare un abito ottenuto in gran parte dalle fibre di altri abiti.
Un paradigma da cambiare radicalmente
L’elenco di problemi non è neanche completo - potei parlarti degli impatti devastanti delle concerie, per esempio, o della produzione di pellicce - ma direi che sia già deprimente così. Ti prometto, però, di parlarti presto di soluzioni, poiché ve ne sono, nonostante la reticenza dei grandi retailer sia alimentata dai milioni di consumatori che ne scelgono i prodotti, spesso inconsapevoli del danno che producono.
Per ora, il gesto più importante è acquistare abiti di seconda mano o scegliere capi privi di fibre sintetiche, poiché è ancora impossibile riuscire a separare in maniera conveniente ed efficace le fibre per poterle riciclare. Un abito di cotone elasticizzato, per esempio, è attualmente destinato - immediatamente o dopo poco tempo - a diventare un rifiuto da conferire in discarica o in inceneritore.
Altrettanto importante è prolungare il più possibile la vita utile del capo, riparandolo quando necessario e rivendendolo o donandolo quando non viene più utilizzato.
Per gli abiti tecnici, esistono marchi - il più noto è Patagonia - il cui maggior costo riflette una scelta, ancora rara, di ottenere la materia prima da processi innovativi (ma ancora costosi) di riciclaggio chimico.
A livello regolamentativo, qualcosa inizia a muoversi, anche se la strada è molto lunga. L’UE ha già approvato una legislazione che separa il rifiuto tessile e ne richiede un trattamento separato, seppure non vi siano ancora gli impianti per riciclarli e la gestione sia affidata alle singole scelte di ogni Stato membro. Dal 19 luglio di quest’anno, inoltre, sarà proibito distruggere l’invenduto. Infine, vengono inasprite le norme riguardanti il greenwashing.
L’industria tessile dovrebbe ispirarsi alle buone pratiche che hanno migliorato tanti altri settori industriali, sia nella progettazione di capi in materiali sostenibili e più semplici da riciclare (i.e. il noto ecodesign, già normato in Europa). Occorre un sistema coordinato di sussidi e incentivi, di investimenti mirati e di campagne di informazione dei consumatori.
Il futuro andrà costruito insieme ai clienti, stringendo un rapporto che non termina alla vendita del capo, ma li accompagna fino al termine del ciclo di vita del prodotto.
Sfilate, foto ritoccate, slogan accattivanti… non credi che serva un po’ meno esaltazione narcisistica, per fare spazio alla trasparenza e alla concretezza di un miglioramento atteso da troppo tempo?









